piombino in bici

storie e proposte del gruppo piombinese #salvaiciclisti


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cambiare abitudini non è una passeggiata

tutti vogliono il cambiamento,
nessuno vuole cambiare

Domenica scorsa c’è stato un gradito bis del lungomare liberato.

Bisogna riconoscere che, in una città ostile alle variazioni come Piombino, anche l’annuncio dell’intenzione di renderlo un appuntamento fisso per primavera e estate è un primo atto di coraggio.
In fondo c’è chi per spirito di appartenenza ad una squadra è stato capace di ridire anche di un evento che innegabilmente ha avuto un discreto successo di partecipanti, nonostante la seconda edizione si svolgesse in un giorno in cui già era possibile andarsene a Baratti o in costa Est.
Fatto sta che la restituzione degli spazi alle persone è piaciuta.

 

In ogni modo, siccome qui guardiamo soprattutto al futuro, oggi è uscito questo video:

E alcuni passaggi sono interessanti…

Prima il cronista dichiara:
Ferrari si dice pronto a proseguire nel progetto di mobilità sostenibile sul lungomare, l’iniziativa offre la possibilità di ripensare piombino con nuove visioni […]

Poi è il turno del sindaco, che afferma:
vogliamo dare gambe a questa iniziativa
vogliamo renderla permanente per la primavera e per l’estate perché è uno scorcio meraviglioso della nostra città
è una passeggiata splendida e quindi deve essere valorizzata anche questa zona
E conclude:
nei periodi di crisi dobbiamo avere coraggio, dobbiamo cambiare le nostre abitudini dobbiamo migliorarle e dobbiamo sfruttare in maniera più consona gli spazi che questa città ci regala

Splendido.
Lo vado ripetendo da anni, lo vado proponendo da anni, di avere coraggio.

Ma finita l’ebbrezza di aver vissuto le prime liberazioni del lungomare, passato lo stordimento dato dal piacere di godersi in santa pace una delle passeggiate più belle della città, credo sia giusto fare un po’ attenzione ai dettagli e andare oltre.

Perché la mobilità ha poco a che vedere con le passeggiate. Ha poco a che fare con le pedalate familiari sul lungomare la domenica, e riguarda piuttosto la possibilità reale di cambiare le abitudini quotidiane.

Se è di spostamenti che parliamo, perché la mobilità riguarda gli spostamenti, migliorare le nostre abitudini non significa andare a passeggio sul lungomare piuttosto che al Falcone o a Spiaggialunga. Migliorare le nostre abitudini significa cambiare il modo in cui ci spostiamo.
Come andiamo al lavoro, come facciamo andare i nostri figli a scuola. Su quali strade, con quali rischi.

E se un evento come quello di domenica serve a dimostrare che in fondo la gente ha voglia di spazi per le persone, che alla fine si può fare, allora che serva da segnale, e non da paravento.

Giusto qualche giorno fa ho avuto l’occasione di scambiare due parole col Tirreno, che mi chiedeva come – alla luce di finanziamenti dell’80% per interventi in emergenza legati alla situazione – si potesse intervenire in città.

Ci ho pensato un mezzo pomeriggio, ed è uscito questo articolo:

Per chi non avesse tempo di leggerlo tutto, lo riassumo per punti:

corsie ciclabili a uso promiscuo auto-bici sulle strade principali
priorità alle bici sulle strade secondarie
interventi leggeri, rapidi e economici, niente infrastrutture pesanti
evitare di mescolare i percorsi ciclabili e pedonali
partire dai collegamenti con le scuole

 

La motivazione principale alla base dell’inazione finora è stata che non c’erano i soldi, ma ora si parla del’80% dei finanziamenti e di interventi realizzabili con spese irrisorie.
L’altro motivo ricorrente era che da non si può fare, il ministero non vuole, non ci sono gli spazi, non c’è la normativa.

case avanzate e doppio senso ciclabile

Anche questo sembra cadere sotto i colpi dell’emergenza, per le corsie ciclabili a uso promiscuo, per le case avanzate, e se tutto va bene anche per il doppio senso ciclabile (o senso unico eccetto bici)

Abbiamo tre mesi davanti, prima di settembre, per vedere se davvero gli amministratori avranno davvero il coraggio di cambiare le abitudini legate alla mobilità, o se ci saremo solo goduti una passeggiata senza auto sul lungomare.

Se state attenti, durante le vostre passeggiate, potreste accorgervi anche prima di allora se qualche cantiere sta cambiando qualcosa.

Altrimenti ci vediamo a settembre, coi pullman vuoti e i soliti assembramenti di macchine in fila davanti alle scuole.


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lungomare liberato

Fare o non fare, non c’è provare
[Yoda]

 

C’è voluta la scusa di una pandemia, per correre il rischio di chiudere lungomare Marconi alle auto un giorno intero, una domenica di primavera.

 

Non risultano morti e feriti, quindi evidentemente si poteva fare. I commenti che si intravedono in giro sono (tranne i pochi, soliti noti) perlopiù positivi.
Quindi direi che si può fare di nuovo.

Io e mia figlia ci siamo passati un paio di volte, attraversando la città da una parte all’altra, ed è stata nel complesso una bella sensazione.

C’era anche il sindaco. Gli ho rubato la foto da facebook.

Le famiglie a passeggio, ferme a chiacchierare, coi bimbi liberi di muoversi senza qualcuno a fargli da cane da guardia.
Il vallone, da decenni ormai abbandonato a se stesso, rimasto accessibile solo grazie a chi vive in zona o lo bazzica col cane, finalmente vivo e pieno di gente.
E il resto della città comunque vivibile, comunque senza la solita frenesia di andare di corsa chissà dove, una domenica di primavera.
I ragazzini che finalmente si sono ripresi la città in cerca di incontri troppo a lungo negati, hanno tirato fuori vecchi catorci dai garage, e si ricominciano a vedere in giro. Un paio li ho anche soccorsi, la catena schiantata, ridotta un blocco di ruggine, scorciata quel tanto che basta per rientrare a casa.

 

La giornata non era neanche granché, il vento, le nuvole. Per il distanziamento sociale diciamo che l’iniziativa è servita il giusto.
La scusa di una pandemia, appunto.

Però alla fine della fiera ne è valsa la pena. Come ho avuto modo dai dire nei giorni scorsi: #fatecicaso.

Fate caso all’aria pulita, ai sorrisi dei bimbi dietro le mascherine. Agli uccellini, al silenzio, al rumore del mare e del vento senza i motori di sottofondo.

Ora si tratta solo di provare a rifarlo.
Di renderlo una cosa normale, come nei paesi normali. In modo che anche i più scettici si abituino all’idea.

Un paio di volte, un paio di domeniche, e poi potremo azzardarci ad andare oltre.
Superare l’idea che debba per forza essere domenica, che debba essere per forza solo un’occasione di svago, e definire una volta per tutti che spostarsi – in una città come la nostra – può anche essere un piacere.

A me piace immaginare che il lungomare, oltre a diventare lungomare liberato due domeniche su tre, e magari ospitare bancarelle la notte d’estate, potrebbe diventare in maniera permanente una cosa del genere:

Un’advisory bike lane per il resto della settimana.
Una soluzione pratica, veloce ed economica. Una soluzione efficace, che ho provato in prima persona, che con una rapida mossa toglie le bici dalla scomoda posizione di fare a spallate con le persone a piedi, le mette in sicurezza dando loro priorità rispetto al traffico a motore, permette anche a chi non ha un mezzo a motore di spostarsi in autonomia. I bimbi, i teenager, ma anche le persone anziane.
Senza togliere spazio, senza costosi interventi infrastrutturali

Spazi condivisi.
Un po’ come oggi, ma per tutta la settimana.

Poi la domenica chiudiamo anche. D’estate magari ci mangiamo anche un bombolone a mezzanotte tutti assieme, ci beviamo un paio di birre, ci facciamo suonare per strada.

Intanto voi fateci caso.

E ricordatevelo, a fine pandemia.

 

Sarebbe bello avere un apparecchio in grado di creare silenzi.
Qualcosa di simile a un telecomando.
Con quello, potremmo attraversare il tumulto pieno di spine di una grande città come se navigassimo a vela nella vasta pace di un Oceano
[José Eduardo Agualusa]


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nel segno della continuità

If you plan cities for cars and traffic, you get cars and traffic.
If you plan for people and places, you get people and places
[Fred Kent]

Erano mesi che tutto taceva, e come promesso ormai a febbraio scorso abbiamo atteso, continuando a spostarci in bici. Che finisse la campagna elettorale, che si formasse la giunta, che avesse il tempo per cominciare a lavorare e produrre qualcosa di concreto e misurabile sui temi che qui sopra affrontiamo da ormai cinque anni.

Ieri, la prima azione ufficiale della nuova giunta che affronta il generico tema biciclette porta sempre la firma dell’assessore ai lavori pubblici e viabilità.
E esattamente come la prima uscita pubblica della giunta scorsa, nonostante il cambio di marcia, il nuovo assessore Gelichi insiste nel solco della criminalizzazione di chi si sposta in bici, pur tra le mille difficoltà di una città che fa di tutto per renderglielo difficile e che in decenni non ha fatto niente – al di là di un mucchio di discorsi e di carte confezionate male – per agevolare gli spostamenti a due ruote.

Quattro anni fa l’assessorato tuonava in nome del decoro contro le bici “posteggiate impropriamente” in vicolo Sant’Antonio, sotto al Comune, invitando ad usare una rastrelliera seminascosta lì dietro che però – oltre ad essere inservibile perché sostanzialmente sganasciata – era già di per sé quanto di più scomodo e inefficiente per legare in sicurezza una bici, specie in un vicolo poco frequentato, dove converrebbe tutelarsi nel migliore dei modi legando ruota-telaio-palo come da manuale.

Oggi è cambiata marcia, e il nuovo assessore dichiara guerra alla terribile piaga delle bici sul marciapiede, promettendo rimozioni e intervento degli stessi vigili di prossimità che erano stati annunciati non molti giorni fa per incrementare la sicurezza.

(qui avrebbero dovuto spostare le bici da vicolo sant’Antonio: una “apposita rastrelliera” di cui fu promessa rapida sostituzione, attesa per anni, e che alla fine è stata direttamente tolta)

Francamente mi aspettavo un po’ più di lungimiranza. Sono anni che è nota la cronica assenza di stalli funzionali per legare le bici: i pochi presenti sono inservibili, il più delle volte semidistrutti, e comunque di una tipologia ormai universalmente riconosciuta come disfunzionale a legare la bici secondo criteri minimi di sicurezza.

Non ci sono davanti alle scuole, non ci sono davanti ai poli attrattori di traffico, non ci sono neanche alla coop, che l’assessore conosce e frequenta. E non ci sono neanche i percorsi sicuri per raggiungerli, quei poli.

Fino all’anno scorso, quando ancora non era assessore, pur avendo qualche difficoltà con il mezzo a causa di evidente inesperienza (siamo sempre disponibili a dargli qualche suggerimento, per non sudare), sembrava aver quasi colto il problema:

 

“la pedalata non mi si confà”

I pali della cartellonistica, a cui spesso vengono impropriamente legate le bici, sono l’unica via di fuga praticabile se non ci si vuole trovare senza mezzo, e spesso e volentieri hanno un margine tra il palo e lo scalino che permette di legare il mezzo senza creare alcun intralcio.

Certo, è doveroso intervenire in tutti quei casi in cui il potenziale intralcio rischia di essere di impedimento alle categorie più deboli. Ma proprio per questo mi sarei aspettato un intervento deciso per rimuovere le auto sugli scivoli, quelle in perenne doppia fila tra via Petrarca e piazza della Costituzione, per dare un giro di vite ai furgoni dei corrieri, o per regolamentare con mano ferma la sostanziale situazione di “libero tutti” che si verifica all’entrata e all’uscita dalle scuole in via Torino e in via della Pace: quei luoghi dove i cittadini del futuro finora hanno imparato che sostanzialmente se hai un’auto puoi fermarti dove diavolo ti pare, certo dell’impunità.

Quantomeno avrei sperato in un colpo al cerchio e uno alla botte.

malasosta

questa la situazione degli stalli per i ciclomotori e dei marciapiede, fotografata nel paio d’ore tra la lettura della notizia e il rientro a casa, senza neanche andare a cercare situazioni particolari

questa la doppia fila in via Petrarca

Perché se è di sicurezza che parliamo, è molto più probabile correre rischi allargando la traiettoria per buttarsi a centro strada e scansare una, due, dodici auto in doppia fila, mentre da dietro sopraggiungono altre auto appena ripartite dall’incolonnamento al semaforo.

Se è di decoro e educazione alla legalità che parliamo, sarebbe utile insegnare ai nostri ragazzi con l’esempio che soprattutto fuori dalle scuole gli spazi vanno rispettati, e la priorità va agli umani, e non ai mezzi a motore. E che non servono due vigili per fermare le auto alle strisce, ma al massimo ne serve uno dieci metri più in là, a fermare chi non s’è fermato, o a sanzionare chi usa l’unica sosta per disabili come stop&go per scaricare il figlio.

Se è di accessibilità che parliamo, è più facile che sia un’auto a bloccare uno scivolo di quanto riesca una bici a bloccare un marciapiede. Certo, a meno che il marciapiede non sia progettato per gli gnomi, o non sia bloccato direttamente dai lampioni, come sulla panoramica.

“La mobilità ciclabile deve essere incentivata anche attraverso l’incremento di percorsi ciclabili e rastrelliere, ma…”

Non c’è un ma.
Come dice Benjen Stark nel Trono di Spade: Una volta mio fratello mi disse che tutto ciò che viene prima della parola “ma” non conta niente.

Se si vuole davvero incentivare qualcosa, prima si creano le condizioni e poi si interviene a sanzionare gli irriducibili.

Non lo dico io, lo dice Mikael Colville-Andersen, CEO di Copenhagenize, uno dei massimi esperti mondiali di mobilità ciclabile, quando spiega i concetti base legati alle priorità di intervento: non esiste l’uovo o la gallina: c’è solo l’infrastruttura

Ma siccome non siamo mica in Danimarca (semicit.), volendo potremmo prendere spunto dal commissario ai trasporti di New York sotto Bloomberg, quello che ha pedonalizzato Times Square:

Se vuoi costruire una città migliore, puoi cominciare a fare percorsi ciclabili [Jeanette Sadik-Khan]

Ecco, se la mobilità deve essere incentivata, io inizierei a mettere mano agli incentivi.
Evitando di cominciare col bastone, oltretutto calibrato esclusivamente su un’utenza, mentre attorno le situazioni di decoro e di convivenza civile sono quantomeno latitanti su tutti i fronti, con il grossissimo discrimine che alcuni pongono problemi che oltre al decoro e alla convivenza vanno a intaccare altre questioni non proprio secondarie, come il diritto a spostarsi in sicurezza, a preservare la propria incolumità, e a margine (ma non troppo) anche a preservare la salute che tanto sembra stare a cuore dell’attuale giunta.

La prima dichiarazione di intenti pubblica va nella direzione opposta.
La differenza con quattro anni fa è tutta nell’ultimo post di questo blog

Stavolta non ci saranno altre lettere che chiamano altre promesse. Solo un invito a tutti a non farne, di promesse. Soprattutto, a non dire cazzate. E la certezza che a chiunque continuerà ad affrontare il tema in maniera approssimativa non verrà concesso il beneficio del dubbio, né la fiducia incondizionata in attesa di un risultato da rimandare di mese in mese, di anno in anno, fino alle elezioni del 2024.

Se ve la sentite di affrontare il tema seriamente, provate a partire dai collegamenti in questo post. A frugare tra cinque anni di idee. E non vi peritate a rubarle.

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E siccome vogliamo essere propositivi, consideriamola una falsa partenza. Auguriamoci di non inciampare di nuovo nella sindrome di Fonzie e di trovarci di fronte a un’ammissione che forse, dico forse, siamo partiti a costruire le cose dal tetto, e che forse, ma forse, per chiedere che le biciclette vengano parcheggiate “nelle apposite rastrelliere” sarebbe il caso che quelle rastrelliere prima di tutto ci fossero, e poi che fossero progettate e installate secondo criteri di razionalità e funzionalità.

Nella fase di partecipazione preliminare alla stesura del PUMS avevamo dato alcuni suggerimenti, poi purtroppo sappiamo come è andata a finire.

Dato che mentre aspettavamo non abbiamo smesso di studiare e documentarci, approfittiamo dell’occasione triste per trasformarla in un’opportunità, segnalando a chiunque sia veramente intenzionato ad approfondire il tema e a incentivare la mobilità ciclabile un manuale dettagliato da cui prendere spunto per copiare a piene mani quelle che sono le buone pratiche in tema di bici e di sosta.

Perché sia l’inizio di un buon lavoro, e non di una battaglia di retroguardia.


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cinque anni, siamo ancora qui

Your face, your race, the way that you talk
I kiss you, you’re beautiful, I want you to walk
We’ve got five years, stuck on my eyes
We’ve got five years, what a surprise
We’ve got five years, my brain hurts a lot
We’ve got five years, that’s all we’ve got
[David Bowie]

Cinque anni fa, con una lettera aperta che prendeva spunto dalla prima bozza di programma del futuro sindaco e con una serie di discussioni sui social, prendeva il via il tentativo di impegnarsi per portare all’attenzione di chi amministra il comune i temi della mobilità umana, della sicurezza stradale e della riqualificazione degli spazi.

Da quel sasso in piccionaia, sono stati cinque anni di studi che hanno spaziato dall’urbanistica al design, dalla comunicazione alle normative. Anni in cui nel resto d’Italia hanno continuato a succedere cose, in cui molte città hanno fatto enormi passi avanti e molte altre sono rimaste al palo. Anni in cui nel resto del mondo sono state raggiunti risultati imbarazzanti, e avviate politiche tanto drastiche di riduzione della presenza di auto in città da sembrarci – qui nella remota provincia – fantascienza pura. Anni di incontri fatti e di incontri mancati, di rinvii, di promesse non mantenute e di suggerimenti inascoltati.

Passati cinque anni, mentre aspetto che a breve ricominci il circo preelettorale, mi ritrovo a prendere atto della situazione locale, e anche se continuo a sperare nel meglio, e rifletto su che fare, mi preparo al peggio.

bici

In cinque anni purtroppo i tentativi di coinvolgere altre persone attorno al tema della mobilità urbana, o anche solo della bici come mezzo di spostamento in città, hanno sortito risultati scarsi. Il mondo del ciclismo sportivo è rimasto legato all’ambito sportivo, il bosco come via di fuga, la possibilità di incidere con la forza dei numeri svanita. La cosiddetta società civile è rimasta abbastanza sorda di fronte ai tentativi di cambiare l’approccio al tema di fondo dello spostarsi in città. Personalmente ho sbagliato molto, e devo ancora capire se e cosa ho la possibilità di correggere. D’altra parte, cambiare davvero abitudini comporta impegno e volontà personali di farlo, e per forza non si fa nemmeno l’aceto.

Ultimamente poi, si sono affacciate tematiche più imponenti a catalizzare l’attenzione, problemi da molti percepiti come più pressanti. Probabilmente le questioni che ruotano attorno alla discarica e alla fabbrica assorbiranno il 90% dell’attenzione, anche se tutti si scordano di tenere in considerazione quelle due realtà a dir poco ingombranti quando si parla di percorsi della ciclovia tirrenica.

Delle infinite proposte più o meno strutturate, delle richieste, delle prospettive è cambiato poco. Così come è cambiata poco la struttura della città. Le sperimentazioni veloci, le idee innovative, le iniziative concrete e non relegate alla semplice sensibilizzazione, ormai dimostratasi palesemente inefficace, restano prioritarie da affiancare a una pianificazione a lungo termine. Pianificazione che resta da rivedere, alla luce di un piano della mobilità approvato fuori tempo massimo e che – per usare un eufemismo – presenta qualche criticità. Per gli interventi nel mondo reale, aspetto nella migliore delle ipotesi che il Conad cominci i lavori per spostarsi, coscienti che paghiamo un centinaio di metri di ciclabile (dovuta) con un centinaio di posti auto extra, e l’ennesima rotatoria per fluidificare il traffico. Il resto è poco più che ciclopedonali sulla carta, e anche sulle ciclopedonali abbiamo già dato.

Tra poco si ricomincia con le promesse, ma a questo giro non cadrò in tentazione: cinque anni fa tirare per la giacchetta qualche candidato sui social è servito forse a porre fine all’inserimento di due semplici righe con le #pisteciclabili sui programmi. A definire che i percorsi devono avere un senso per spostarsi da A a B, e che non sempre #pisteciclabili è la risposta giusta. Qualcuno ha cominciato a interrogarsi e approfondire ,qualcun altro a fare attenzione a fare promesse quando parla di mobilità attiva. Molti continuano imperterriti a trattare la bicicletta esclusivamente come un attrezzo sportivo, o legato al turismo, o adatto al massimo a una passeggiata domenicale. Chi non ha capito in cinque anni che stiamo parlando di mezzi di trasporto e di diritto agli spazi, e continua a parlare di ciclopedonabili (sic.) che attraversano parchi (giuro, l’hanno scritto davvero) dubito che potrà capirlo in un momento concitato come una campagna elettorale, in cui tutti fingono di ascoltare ma nessuno segue davvero qualcosa che non sia il consenso in termini di numero di voti.

Quindi, a chiusura di un percorso, stavolta non ci saranno altre lettere che chiamano altre promesse. Solo un invito a tutti a non farne, di promesse. Soprattutto, a non dire cazzate. E la certezza che a chiunque continuerà ad affrontare il tema in maniera approssimativa non verrà concesso il beneficio del dubbio, né la fiducia incondizionata in attesa di un risultato da rimandare di mese in mese, di anno in anno, fino alle elezioni del 2024.

bikeyoda

“Fare o non fare, non c’è provare”

A chi parlerà di mobilità attiva, di biciclette, o anche solo di sostenibilità: cercate di farlo con cognizione di causa, pensando a tutti i tipi di utenze, e di far seguire alle parole i fatti. Cominciate dando l’esempio: il paese è piccolo, la gente mormora. Proseguite agendo concretamente per tutti. Concludete puntando a un quadro generale che abbia un senso, se davvero volete cambiare qualcosa che non siano i discorsi. Non possiamo aspettare trent’anni continuando a raccontare, auspicare, pianificare varianti, progetti ad aziendam e aggiustamenti in corso d’opera come ci hanno abituato per il racconto della seconda strada d’accesso in città, che forse sarà pronta quando non servirà più.

Nel frattempo, questo blog resta qui a raccogliere #ideesparse ed esempi dalle città del futuro, incluse quelle dove il futuro è già arrivato. A tener traccia di quello che succede in città. E a cercare di essere uno spunto per uscire dal provincialismo.

Se ve la sentite di affrontare il tema seriamente, provate a partire dai collegamenti in questo post. A frugare tra cinque anni di idee. E non vi peritate a rubarle.

Io tra altri cinque anni spero di essere ancora qui, se non mi schiaccia un camion sulla via del porto. E spero di non trovarmi a dover cambiare canzone dell’incipit con questa.

E ha perso la città, ha perso un sogno
Abbiamo perso il fiato per parlarci
Ha perso la città, ha perso la comunità
Abbiamo perso la voglia di aiutarci

 


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C’è tempo

È tempo che sfugge, niente paura
Che prima o poi ci riprende
Perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
Per questo mare infinito di gente
Dicono che c’è un tempo per seminare
E uno più lungo per aspettare
Io dico che c’era un tempo sognato
Che bisognava sognare
[Ivano Fossati]

Questo vorrebbe essere un articolo personale a conclusione di un percorso collettivo durato quattro anni e mezzo, o forse la base su cui avviare un percorso nuovo, attorno all’idea di Piombino in bici.

GSN
Sono stati quattro anni e mezzo di attese e rinvii. Di proposte in buona parte ignorate, di messaggi discordanti e incongruenze. Di inattività e di promesse. Quattro anni e mezzo di tentativi di cambiare paradigma nell’approccio alla bicicletta come mezzo di trasporto in città e alle modalità di spostamento in generale.

Tutto per approdare a martedì scorso, e tra le righe di un articolo relativo alle dimissioni di un consigliere di maggioranza trovarsi a leggere del “piano del traffico che Sinistra per Piombino e l’altro alleato dei Democratici, Spirito libero, hanno contestato suggerendo modifiche snobbate puntualmente. E che per questo lo bocceranno.

2018.09.25 mosci consiglio e piano del trafficoE non capire se essere triste o sollevato, nel leggere la notizia.

Triste, perché qualche rappresentante in consiglio comunale confonde ancora un piano della mobilità con un piano del traffico. Triste, perché in fondo sono convinto che si tratti di riposizionamenti in vista della prossima campagna elettorale, e che probabilmente le perplessità alla base delle motivazioni della bocciatura non coincidono con le mie. Triste perché comunque siamo di fronte a un sacco di tempo perso dietro a un tema – quello  generale degli spazi urbani e del modo di viverli, più che della bicicletta in città – che in fondo sembra non faccia troppa presa sui cittadini, quasi come se vivessero altrove, ognuno chiuso in una propria bolla personale di vetro e lamiera . Ma in fondo sollevato dal pensiero che le tante problematiche riscontrate nel piano, che ci è arrivato in visione a fine luglio, sarebbero state probabilmente difficili da rimediare a posteriori.

In gruppo abbiamo buttato giù un po’ di punti, su quelle che ci apparivano note stonate, argomentando nel merito. Abbiamo preparato un testo da spedire al Comune, pur coscienti che a ridosso dell’approvazione sarebbero state difficili troppe modifiche, per provare almeno a mettere una pezza dove possibile. Lo abbiamo inviato venerdì scorso, a pochi giorni dalla chiusura di una fase di ascolto in cui purtroppo per farci ascoltare abbiamo dovuto insistere un po’, e non è servito poi a molto.

Ora resta da capire se davvero è saltato il banco. Se il lavoro verrà ripreso, portato a conclusione, o ricominciato da capo. Speriamo stavolta con interventi in corso d’opera e non solo rimandi alle calende greche.

Personalmente spero in tutta onestà che si possa salvare quel che c’è di buono nell’impostazione del piano elaborato, anche in una riscrittura ex novo, ma che comunque vada qualcosa inizi a muoversi. Possibilmente nella direzione giusta, stavolta.

Di seguito trovate elencati i dubbi che abbiamo articolato: non sono pochi, e non sono cosa da poco. Avremmo evitato volentieri di sollevarli, e se la partecipazione fosse stata reale e continua probabilmente li avremmo risolti a monte.

dal feedback inviato al Comune:

Relativamente all’impostazione generale che caratterizza il PUMS, purtroppo rileviamo sempre – nonostante le intenzioni dichiarate – una visione autocentrica al punto che più che con un PUMS, Piano Urbano della Mobilità Sostenibile in alcuni momenti sembra di aver a che fare con un PUMS, Piano Urbano delle Macchine in Sosta.

Apprezziamo il concetto innovativo (per Piombino) di una Zona di Controllo della Sosta (ZCS), e di una diversa gestione della stessa, ma ribadiamo l’incongruenza tra un’area adibita a parcheggio auto come quella ipotizzata a ridosso dell’area stazione (in pieno centro) e la volontà dichiarata di allontanare il traffico dal centro. Temiamo di avere concetti diversi di quello che si intende per “centro”, ma è indubbio che un’area simile andrebbe a costituire un polo attrattore significativo, che incrementerebbe il transito già importante che attraversa via Lombroso, continuando a gravare peraltro sulla linearità dell’area pedonale.

In un Paese in cui in prossimità delle stazioni ferroviarie si punta (pur con colpevole ritardo) all’intermodalità col TPL, alle velostazioni e al disincentivo dei mezzi privati (tralasciando esperienze felici come Bologna l’ultima notizia dei primi di agosto è di Firenze, dove il 20% dei posti auto in stazione è stato assegnato ai soli residenti, i restanti spazi hanno visto maggiorare le tariffe), a Piombino si prospettano 90 posti a ridosso della stazione ferroviaria, a pochi metri dall’area pedonale, per recuperare gli stalli in strada tolti anche in zone ben più lontane, e non si fa rientrare l’area nella prima ZCS a tariffazione, che comunque viene prevista a prezzi contenuti “per non incidere sull’attrattività commerciale del centro”, ribadendo il concetto (abbastanza superato e tutto da dimostrare) che il commercio necessita del mezzo di trasporto privato, nonostante la marea di esperienze nazionali e internazionali che dimostra il contrario.
Andando oltre alla questione auto e stalli auto, comunque, vorremmo concentrarci soprattutto sulle problematiche che abbiamo riscontrato limitandoci alla ciclabilità, in un elenco che onestamente avremmo sperato più breve:

1) COSTA EST E RIOTORTO Non abbiamo riscontro di alcuna ipotesi di intervento relativamente a tutta l’area, se non un breve accenno alla stazione di Vignale come uno dei nodi del TPL ferroviario. Con l’occasione ricordiamo che l’attuale stazione di Vignale, al di là della scarsità di corse, è di fatto scollegata dalla costa, punto focale di attrattività dell’area, mancando un attraversamento ciclabile e pedonale dei binari. E presenta non poche criticità tra lo svincolo con la SS1 e la vicina rotatoria che attraversa la vecchia Aurelia.
2) CICLOVIA TIRRENICA Quello che stando alle parole dell’assessore avrebbe dovuto essere “il primo capitolo del PUMS” di fatto non resta che un accenno sottotraccia nel piano, tant’è che anche l’altro capitolo extraurbano, quello relativo a Baratti, affronta  la questione dell’accesso al golfo ma glissa in maniera abbastanza plateale sui tragitti da e verso lo snodo che lo collega col resto del territorio.
3) CICLOPEDONALI Tutte le sezioni delle ciclabili inserite nel Piano sono ciclopedonali in sede separata a quota marciapiede. Se capiamo (solo in parte) la scelta di usarle in extraurbano su tratti a scarsissima percorrenza pedonale (ma comunque sarebbe meglio farle con separazione fisica a mezzo scalino a 45°, come da best practice internazionali), in città le riteniamo un errore strategico e concettuale, per i motivi già più volte esplicitati di probabile conflittualità con i pedoni. Non riteniamo corretto ipotizzare spazi in condivisione tra utenze ad alto differenziale di velocità. Inoltre, l’aumento esponenziale delle bici a pedalata assistita (di cui il piano stesso magnifica le potenzialità, in virtù della morfologia del territorio) è un motivo ulteriore per cui andrebbero evitate potenziali situazioni di conflitto con i pedoni: mezzi che hanno un limite di 25 km/h sull’assistenza alla pedalata (e che in condizioni normali di utilizzo vanno tranquillamente dai 25 ai 35 km/h) sono incompatibili con i percorsi pedonali.

Riportiamo come anche in luoghi ben più civili e avanzati come i Paesi Bassi, dove i percorsi sono segregati ma capillari, hanno già sperimentato le stesse problematiche (principalmente per via dei bromfiets: gli scooter con limitazione a 25 km/h che possono transitare sulle piste ciclabili, raramente in condivisione). Lì in tutte le ciclabili non prettamente extraurbane (tra comuni diversi, non in uscita dalle città) hanno risolto con un apposito divieto di percorrenza. Qui si rischia di creare ulteriore conflitto, soprattutto se lo scopo è quello di incrementare gli spostamenti a piedi e in bici e quindi se si prevede un aumento. Anche senza voler considerare esperienze pregresse in altri Paesi, via Amendola stessa è abbastanza esemplare delle problematiche di conflittualità in assenza di una demarcazione fisica, soprattutto in orari di punta. Da segnalare anche il numero elevato di cani e relativi guinzagli, a costituire un’ulteriore criticità e fonte di conflitto tra utenze deboli.
Purtroppo va tenuto in considerazione anche l’obbligo di percorrenza, che rischia di costringere in spazi ristretti utenze incompatibili. Il percorso sanvincenzino di Rimigliano e le polemiche che lo accompagnano dalla nascita, sebbene in quel caso si tratti di ciclopedonale promiscua (e quindi manlevato dall’obbligo di percorrenza), sono esemplari del risultato di interventi che continuano a sembrare più tentativi di togliere le bici di mezzo dal transito automobilistico che volontà reale di dargli priorità e spazio.
Lo stesso vale per lo spazio dedicato ai pedoni: condividere gli stessi spazi e mettere sullo stesso piano pedoni e bici si risolve in un compromesso a ribasso inaccettabile, che di fatto porta una sottrazione dello spazio – già risicato – dedicato ai pedoni, che sia progettuale e misurata in centimetri o che sia un risultato di fatto della condivisione dello stesso piano di percorrenza.
4) INCROCI Tutte le sezioni di cui sopra, segregando le bici dal traffico auto, non affrontano minimamente la problematica di sicurezza che viene a crearsi sugli attraversamenti degli incroci. Di fatto, la segregazione dei flussi dalla quale si suppone dovrebbe derivare maggiore sicurezza sposta soltanto il problema su tutti gli attraversamenti degli incroci, per cui non abbiamo riscontrato né sezioni né ipotesi di intervento di sorta.
5) COSTI Dopo esserci sentiti ripetere che non ci sono i fondi per gli interventi strutturali, ci chiediamo perché sia stata esclusa di fatto l’ipotesi di realizzare infrastrutture leggere in sede stradale sfruttando la segnaletica orizzontale: le bike lane sul piano stradale ci risultano infrastrutture più economiche e più rapide sia nella realizzazione che nella manutenzione a posteriori.
6) AREA A PRIORITÀ CICLABILE (APC) Pur rimanendo il piano vago sulle modalità di realizzazione, riteniamo il punto un buon inizio, e forse l’unico intervento reale che tiene in considerazione quanto da noi fornito. Ci duole però riscontrare come di fatto si riferisca solamente ad un’area centrale, e non venga ipotizzato su più zone, in modo da creare più isole circoscritte da percorsi di scorrimento. Oltretutto dal piano non si capisce se sia inclusa via Petrarca, che è di fatto proprio un asse di scorrimento veloce con svariate problematiche già segnalate nel nostro precedente contributo e per cui non sono previste ipotesi di intervento risolutorie né strutturali né di tipo leggero: di nuovo, ci chiediamo il motivo dell’impossibilità di ipotizzare una bike lane, che a nostro avviso servirebbe come il pane.
7) SCUOLE Le scuole del centro restano escluse sia dalla APC che dalla ZCS. Non sono previsti percorsi per raggiungerle in sicurezza in bici. Via Torino, che ha gli spazi di una pista di atterraggio e che negli orari di entrata e di uscita vede negli stessi spazi una regolarizzazione de facto della sosta in doppia fila (con i vigili troppo impegnati su via Fucini a fare in maniera ridondante e diseducativa le veci delle strisce pedonali), non prevede né ipotesi ciclabili, né interventi di restringimento, né senso unico eccetto bici, pur essendo una di quelle vie in cui probabilmente ci sono tutti gli spazi per realizzarlo anche con le indicazioni restrittive del Ministero. Le scuole dei Diaccioni non sono neanche prese in considerazione. Idem per Ragioneria, che tra l’altro è su una direttrice alternativa Salivoli-centro. Di fatto le uniche scuole a beneficiare di una qualche tipologia di intervento sono quelle del Perticale e i licei, collegate tra loro (e con Montemazzano) dal percorso più volte richiesto tra IPC e campo di atletica, che abbiamo chiamato variante Conad
8) LA VARIANTE CONAD In riferimento al punto sopra, vediamo prevista la realizzazione da parte del Conad del percorso menzionato, vincolato allo spostamento del supermercato. Paghiamo però quei 150 metri con un’ipotesi di area di sosta auto triplicata rispetto all’ipotesi iniziale (che già prevedeva un aumento rispetto all’attuale) e al netto dell’ulteriore incremento dell’area di sosta privata interna al supermercato. La stessa ipotesi, assente nel dettaglio dal piano, ci risulta da una presentazione dell’assessore all’Urbanistica, che l’ha rivendicata come scelta precisa e puntuale dell’amministrazione, ma che ci pare in netta controtendenza strategica con le intenzioni dichiarate nel piano (che a malapena tratta l’area), soprattutto a ridosso di una scuola pubblica e di una palestra, per cui avremmo onestamente preferito veder risolte le supposte criticità, peraltro esclusivamente legate ai flussi scolastici, dato che l’area risulta spesso semivuota in orari diversi da quelli legati a scuola e palestra, senza sacrificare più spazio del necessario, scegliendo di dedicarlo a parcheggio prima che a parco. Magari con un accenno al potenziamento del TPL, e alla prosecuzione di quel percorso anche in direzione opposta, verso il centro, fino almeno a ricollegarsi con viale Matteotti.
9) GLI STALLI BICI Nessun accenno viene fatto alla possibilità di intervenire in maniera diffusa con la realizzazione di stalli funzionali e sicuri per le bici, o anche solo alla sostituzione degli inservibili molloni anch’essi comunque scarsamente presenti, o al rimpiazzo delle rastrelliere e dei parapedonali a U ormai rotti. Nessun intervento diffuso agli incroci, nessuna soluzione strutturale avanzata in zone di pregio o ad alta frequentazione (scuole, spiagge, servizi), neanche laddove non serve sottrarre spazi alla sosta auto.
10) COMUNICAZIONE E MOBILITY MANAGEMENT Mancata del tutto la comunicazione in corso d’opera, non viene definito (se non con brevi accenni sul finale) come si intenda affrontarla in fase di successiva realizzazione degli interventi. Sintomatica in questo senso è anche solo la scarsa cura dei dettagli grafici del piano stesso, dall’impaginazione alla abbastanza ironica assenza delle figure delle bici all’interno delle sezioni grafiche delle ciclopedonali. Sinceramente, anche quelli sono dettagli che danno la misura dell’attenzione dedicata al mezzo.
Al di là delle questioni più strettamente estetiche (per quanto anche la forma sia sostanza), anche la parte relativa al mobility management non è che un rimando a un futuro tutto da definire, in cui è assente del tutto sia l’analisi a monte delle aziende esistenti che un accenno di inizio di lavoro con quelle che sono realtà già autoevidenti “in termini di numero di addetti con sede nel comune di Piombino”: i plessi scolastici pubblici, con cui interfacciarsi anche per una comunicazione diretta interna, e – svista abbastanza ironica – il Comune stesso. Un po’ come dire alla città: vorremmo che tutti si spostassero in bici, ma cominciate voi.
11) LE ALTRE ASSENZE Oltre a quella macroscopica della costa est, alle già citate via Torino e via Petrarca, alle scuole, non possiamo non notare l’esclusione di intere parti della città dal piano:
– manca del tutto un intervento su via della Pace (magari che coinvolga la ciclabilità, ma anche solo che renda il marciapiede lato mare percorribile ai disabili). Facciamo notare come la via costituisca l’asse di collegamento diretto tra due quartieri densamente popolati (Montamazzano e Salivoli), e con le spiagge urbane di Salivoli e Calamoresca.
– resta fuori dal piano tutta l’area a nord tra via della Pace e via dei Lecci, dove lo spazio attualmente dedicato alla sosta in strada, spesso semivuoto e ingiustificabile alla luce dei vari piazzali presenti in zona nei pressi delle attività, è un inno alle occasioni mancate di sperimentare una corsia ciclabile in sede stradale, in cui manca poco più che un pittogramma di una bicicletta. Anche l’alternativa interna attualmente sterrata non è neanche presa in considerazione.
– resta fuori dal piano tutta l’area a sud del Perticale, tra il parco e viale Matteotti.
– resta fuori dal piano tutta l’area dei Diaccioni, e parte di Salivoli (che viene affrontata come un quartiere ridotto al solo lungomare, rinforzando l’impressione di una ciclabilità urbana da relegare al tempo libero, e non da valorizzare come alternativa reale di spostamento)
– Non è chiaro dal piano se e come venga affrontato il tratto stazione-porto da largo Tortora ai varchi 2 e 3, che – facciamo notare – è uno di quelli maggiormente interessati dal traffico veicolare pesante dei camion.

E ci siamo limitati in gran parte agli interventi legati alla sola ciclabilità…

Mi auguro che i punti sollevati servano da spunto a chiunque vorrà proseguire il lavoro. A noi purtroppo tocca ancora aspettare che la situazione si sblocchi, e rimanere a disposizione per idee, informazioni e suggerimenti a tema. Per un confronto con chiunque abbia un’opinione informata in merito.

Nel frattempo con l’autunno le strade sono piene di bici, di bimbi a piedi, e addirittura si sono affacciate le prime timide cargo bike, nonostante tutto. Nonostante le auto ammassate in doppia fila a ridosso delle scuole e i vigili a fare le veci delle strisce pedonali. Nonostante la città sia ancora ben lontana dall’essere bike friendly, le sue stesse dimensioni la rendono facilmente appetibile per chiunque abbia voglia di provare a fare qualcosa in prima persona.

Continuiamo a cambiare le cose dando l’esempio. Continuate a cambiare la città e il modo di spostarsi nella città partendo da voi stessi.

A partire dalle scelte quotidiane.