piombino in bici

storie e proposte del gruppo piombinese #salvaiciclisti


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sulle tracce degli antichi binari, da Follonica a Massa

ferrovieOtto marzo 2015: l’ottava giornata nazionale delle ferrovie dimenticate.
Avrei già voluto partecipare l’anno scorso, e persi l’occasione. Mancava il tempo, mancava il mezzo, mancavano le gambe.
Quest’anno per fortuna c’era Lorenzo che mi ha dato un po’ di spago, avevo la conferma di partecipazione dei livornesi, ed era l’occasione buona per incontrarsi di persona con qualcuno incrociato spesso in rete,in quest’ultimo anno.

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locandina dell’evento

Un’escursione proposta da FIAB Grosseto sulle tracce della vecchia ferrovia che da Follonica saliva fino a Massa. Una sessantina di chilomeri tra la campagna maremmana, la macchia e il lungomare del golfo. Un gran bel giro, organizzato con precisione e nel dettaglio, con un sacco di gente che è valsa la pena di incontrare.

La partenza l’abbiamo fatta in due, da Piombino. Il tentativo di arrivare a Follonica in treno, per rimanere in tema, si è insabbiato praticamente subito: il cambio forzato a Campiglia, l’impossibilità di essere alla stazione di Follonica in tempo ci hanno subito riportato in tema con la giornata delle ferrovie dimenticate: la tratta che collega Piombino alla linea costiera a quanto pare sembra destinata ad andare ad arricchire il numero delle rotaie scomparse d’Italia. Niente trasferimento in treno,  insomma.  Santa pazienza, il colpo di culo di trovare un camper da farsi prestare per caricare le bici, e siamo riusciti a evitarci di dover pedalare anche i cinquanta km aggiuntivi da casa a Follonica e ritorno.

All’arrivo alla stazione ferroviaria, per ritrovo e iscrizioni, la prima sensazione oltre al freddo maledetto della mattina è  stata quella di straniamento: diverse bici, un sacco di mountain bike, un paio di bici da città, una ragazza con un cavallo di ferro meraviglioso e i copertoncini strada, qualche touring. Un mescolone inusuale di mezzi, a confermare l’incognita del percorso. Iscrizione veloce, due parole di presentazione e partenza in orario. Così, a spanne, un’ottantina di persone.

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i pandaciclisti

Un primo tratto, nella zona industriale, è il male necessario e dimenticabile per levarsi dalla città. Un breve pezzo di vecchia Aurelia, la route 66 nostrana,  e lo sterro che comincia.

1669679_1082937525072926_5553698779271022747_oIl resto del percorso è stato un continuo alternarsi  di cambi di terreno, di paesaggi e di sorprese. Un viale bellissimo, col fondo di terra rossa e i cipressi a lato che nemmeno a Bolgheri. Poi le prime pozze, il passaggio sotto la SS1, altri viali in mezzo alla campagna, la centrale idroelettrica di Valpiana, e diverse soste per aspettare quelli che oltre alla bici poco adatta avevano anche scarsa dimestichezza con il fondo.

Durante le soste, oltre a rifocillarsi con cioccolata e fichi secchi per non schiantare, il racconto a tappe della storia del vecchio percorso ferroviario FMF: la linea ferroviaria Follonica – Massa Marittima, nata nei primi anni del ‘900 e attiva fino al ’44. Venticinque chilometri di strada ferrata, dieci caselli, un ponte sul fiume Pecora per collegare il mare alle miniere di Massa Marittima. Una storia affascinante e misconosciuta, a traccia della quale non ci sono più i binari, ma solo i percorsi splendidi che attraversavano.

A seguire un pezzo di bosco, un po’ di difficoltà e bestemmie per dei tratti in cui probabilmente una MTB sarebbe stata più adatta, e poi di nuovo la Marsiliana, il Molinpresso, un’altra deviazione sullo sterro, e il passaggio sul Pecora, fino ad arrivare a Montioni.

La ripartenza dalla Baciocca, dopo la sosta per il pranzo, trova  solo le gambe un po’ fredde e un filo di sonno residuo, ma tra chiacchere e pedalata passa alla svelta, giusto il tempo di arrivare al bivio per San Lorenzo e mi sono già ripreso. Ormai sembra di essere a casa. La voglia di mòta però prevale di nuovo, e anche a due passi da casa il gruppo di organizzatori venuti da fuori provincia riesce a farmi infilare l’ennesima strada nuova, sempre sterrata, tra  i campi.

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il Molinpresso

Oreopithecus bambolii - foto da Wikipedia

Oreopithecus bambolii – foto da Wikipedia

Sbucati a Riotorto da Nonsodove, probabilmente passati per una proprietà privata, siamo davvero sulla via di casa. Di nuovo storie di vecchie strade ferrate: stavolta la vecchia linea a scartamento ridotto che collegava Carbonifera alle miniere di Montebamboli, con i carrelli che scendevano a caduta o che venivano spostati a trazione animale. Senza dimenticare qualche cenno paleontologico sull’oreopithecus bamboli.

Torre Mozza e il rientro a Follonica sono strade note, e una bella occasione per tirare le fila dei progetti comuni, finire di scambiarsi informazioni e dritte con Graziella dei Pandaciclisti di Livorno, a cui di nuovo rinnovo i ringraziamenti per essersi fatti rubare la campagna 10 minuti, e con Angelo della FIAB grossetana, cicerone della giornata.

A fine escursione è rimasta la voglia di farne più spesso, di uscite lunghe. Ho incontrato persone splendide, pedalato con calma senz ala fretta di rientrare per pranzo,  visto posti dietro casa di cui in parte non avevo idea, e abituato un po’ il culo a stare in sella più a lungo.

La nota blues è arrivata sul finale, nel sentire persone che da Livorno piangono l’assenza di Ponte di Ferro. Nel rendersi conto che alla fine chi la nostra zona se l’è girata con calma, a quindici chilometri all’ora, forse la conosce meglio di tanti che ci abitano. Apprezza un buon percorso se glielo sai indicare, e capisce l’importanza di un’alternativa sicura alle grosse arterie stradali prima ancora che tu gliene parli.

Ho provato a rassicurarli che entro non troppo almeno quel ponte sul Cornia ce lo ritroveranno, più come augurio che come certezza. Spero di potergli dare delle date, di aggiornarli sui lavori quando cominceranno, e di vederli tornare.
Ho scoperto anche che faceva parte della Ciclovia Tirrenica. Quella che da Bocca di Magra arriva a Roma. Quella che ora salta Piombino a piè pari, e che servirebbe ai forestieri, oltre che agli stradisti e ai commuter locali.
Sono tornato a casa anche con la voglia di vedere se riusciamo ad agganciarci Piombino e l’Elba in tempi più rapidi di quelli che ci sembrano volerci per la 398. Alla fine le bici pesano poco, e hanno bisogno di bretelle più piccole.
E la nostra ferrovia, quasi dimenticata, ha giusto una strada che le corre a fianco, per un bel pezzo. Se solo si riuscisse ad allungarla fin dentro la città…

riferimenti:
sito ufficiale ferrovie dimenticate
FIAB
Grosseto ciclabile
La Repubblica sulle Bicistrade Urbane
Mappa del percorso

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Raduno al… cinghiale – Suvereto

30.11.14

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tafferuglio

Pronti per partire per il raduno MTB di Suvereto, i Piombinesi si son ritrovati sul luogo di partenza stabilito alle 8.15. Puntuali, bici a bordo, allegri e sicuri di passare una bella giornata nel bosco.

Un bosco diverso dal solito. Siamo circa una decina. Qualcuno ha avvisato che parte più tardi e abbiamo appuntamento tutti a Suvereto per iscriverci e ritirare le Tabelle ordinate.

Sapevo che saremmo stati un bel gruppo, ma non credevo che da Piombino fossimo davvero così tanti: oltre venticinque elementi. Dai più giovani ai più veterani, chi ormai abbonato alle uscite fuori porta ed anche chi, in genere, più statico e meno favorevole a spostarsi.
Lo dico sempre io che il passa parola tira dentro tutti.
Orgogliosa dei ragazzi, comprese le anime ribelli dei boschi che vedo solo ai raduni. Gli “Amicidellabici” erano già ponti ed organizzati per accogliere i pedalòmani del giorno. Sono stati così tanto pronti che hanno gestito al meglio un numero di iscritti non calcolato, essendo il 2° raduno organizzato.
La loro forza è stata questa.

un pezzo di sterro

un pezzo di sterro

Decidere di dividerlo, comunicare al volo i numeri e correre ai ripari per far funzionare tutto al massimo. Io ho decisamente messo alla prova laTaffetrek. Sia la Taffe che la Trek.

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la taffetrek

Primo raduno dell’anno per me che, col fatto che sto sempre dall’altra parte, finisce che pedalano gli altri ed io no. Poi se ci aggiungiamo i cric croc fisici e gli impegni vari che fanno saltare le uscite, l’allenamento essenziale non c’è quasi mai. A ‘sto giro mi è toccato. Ho deciso. Mi è anche importato poco del “poco” allenamento e della bici nuova da tastare, molto diversa nel peso (che è maggiore) ma anche nella stabilità (che è migliore).

Ho sempre pensato, nella mia tanta esperienza di pivella in mtb, che i raduni siano la miglior scuola.

Non tutti possono permettersi quella vera, né avere sempre amici a disposizione che si prestano alle uscite da lumache per farti imparare e solo quando hai tempo tu. I raduni hanno il tipo di organizzazione che dà anche la possibilità di imparare, di essere scortati, aiutati e anche gestiti. Soprattutto da chi, per un giorno all’anno, se ne frega di correre sui sentieri che conosce e gira ogni giorno. Per quel giorno, vuole farteli vedere, ti dice cosa ti aspetta e come ti devi impostare. Ti ospita insomma, sapendo che, quando verrà lui ospite al raduno in zona tua, c’è chi farà la stessa cosa.

È saper formare quella catena che io auspico da sempre nel mondo della bicicletta. Che sia strada o sterro o con qualunque tipo di bici, agganciarsi ai gruppi limitrofi fa sì che ognuno di noi valorizzi la propria parte di territorio, si aiuti nella burocrazia necessaria a organizzare gli eventi, si carichi la bici in auto e vada a fare turismo sportivo. Il cicloescursionismo che aggrega, che fa diventare un cumulo di forza di volontà che può arrivare lontano e dare soddisfazione a tanti, che fa uscire dal guscio alcuni dandogli lo spazio che meritano e che valorizza altri, che già lo avevano. Questo è quello che mi piace del voler proporre il movimento fisico su una bici. Non è una palestra. Non è una piscina.
10818379_10204280571392501_3164341048654035693_oNon è un campo o un’arena.
È muovere le ruote in uno spazio aperto che si apre sempre più solo grazie al movimento. È un mutare del paesaggio, con la fatica, con la curiosità, con la stessa voglia di arrivare in fondo ma con l’incertezza di cosa ti aspetta. Sì perché tanti non lo dicono, quello che li muove è la curiosità. Stradelli nuovi, single track più o meno difficili, salite spaccapolmoni, discese fangose o da urlo. Quando vai ad un nuovo raduno, “chissà come sarà” è la frase che ti porti dentro dalla sera prima, quando prepari la bici, metti il necessario nello zainetto, ti accordi coi compagni per partire insieme.
Sai che sarà una giornata diversa, vissuta intensamente, fuori dall’ordinaria quotidianità che spesso spacca solo le palle. Se c’è una cosa che amo io e che mai è mutata da quel giorno, è caricare la bici e partire per un ritrovo di gruppo che si sposterà sulle due ruote senza sapere il percorso. E te ne freghi se piove, te ne freghi se è faticoso, se è così pieno di fango che lasci andare la bici dietro alle altre, se ti infili in pozzanghere che ti bagnano il sedere, se la tua ruota, piena di mota, te la sbatte in faccia a pezzi duri girando.
Non ci sono momenti in cui ti intristisci e pensi alle cose che vanno male o che fanno male. Pensi a pedalare, a guardarti intorno, davanti per terra, ridi e scherzi con i compagni di viaggio senza neanche sapere chi sono. Magari ci scappa che ne organizzi un altro… di viaggio, con loro. Guardi davanti Melocipede che si è fermato ad aspettare me e Lorenzo, appeso con una mano ad un palo a ridere perché mentre mi guarda salire vede dietro un cartello stradale di limite “30”: sarà casuale? Guardi dietro per vedere se Lorenzo è a posto. Scorgi Marco Pasquini ed Emanuele più avanti. Hai le scope che, se anche dietro di qualche metro, prima o poi, arrivano.
10838203_10204280581672758_8107266628414215505_oPoi capita pure che ad un bivio, invece che cartelli, trovi due bambini sulle loro bici,con le braccia rivolte verso la direzione che devi prendere. È stata dura non fermarsi e degnarli della dovuta considerazione. Quei due sorrisi curiosi e fieri mi hanno riempito il cuore. Forse figli di rider organizzatori o forse scappati dai cortili di casa per rendersi utili. Sembravamo tutti eroi ai loro occhi, pieni di fierezza e orgoglio per la collaborazione all’organizzazione, mentre i miei erano pieni di tenerezza: sono una mamma nel dna che ci posso fare?
Capita pure che, mentre pedali su un tratto di strada bianca che costeggia i vigneti, ne scorgi uno giallo ocra, uno rossomattone, in alternanza a formare rettangoli di patchwork colorati. Più colorati dell’arcobaleno, perché le sfaccettature dei colori sono infinite, non è mai lo stesso verde nel bosco, mai lo stesso giallo, mai lo stesso rosso. Vale la pena pedalare a novembre nel bosco. Non importa se manca il sole. Anche la nebbia che copre le valli ha il suo valore e tutto intorno ha il suo colore. Se a primavera è tutto nitido, pulito e profumato, in autunno è tutto colorato, bagnato e viene comunque nuovamente riosservato.

il ristoro dello sportivo

il ristoro dello sportivo

Tutto questo te lo danno solo le tue gambe e gli sport che oltre ad esser vissuti all’aperto, ti fanno spostare. Nel giro di poche ore cambiano i paesaggi, cambia il tempo e ti cambia dentro pure l’umore. Poi capita anche di trovare un atipico ristoro nel bosco. Pane e salsiccia, pane e nutella e da bere. In un casolare a mattoni, sotto una tettoia c’è chi è li dalla mattina presto a preparare e ti serve cordiale. Vuoi mettere farlo a piedi e non trovarci nessuno? Anche questo è la bici.

gli avanzi del pranzo

gli avanzi del pranzo

Vogliamo parlare del pranzo finale? Magari all’organizzazione piaceva farci mangiare tutti insieme ed alla stessa ora, quasi impossibile da realizzare con un numero vicino alle 200 persone. Ci dividono in due gruppi, ci riservano tavoli ad un altro ristorante e ci mettono davanti al naso, ormai incapace di gestir gli odori dalla fame e sete, un piatto di pappardelle al cinghiale, cinghiale in umido, acqua vino e dolce spettacolare.

Che dire? Che siamo stati benone, dall’inizio alla fine.
Che bisogna dare a Cesare qual che è di Cesare e dare ragione a tutti quelli che dicevano che la full mi avrebbe aiutata di più in sella ed impaurita di meno. Che di vita ce n’è una sola anche per cambiare le bici, se non ci si sente sicuri sopra e soprattutto se, la mattina dopo, ci si alza stanchi ma senza mal di schiena. Che son felice di aver partecipato con tutti i miei cric croc fisici e i miei giramenti di coglioni. Che almeno per un giorno son stata con gli amici senza pensare a chi o cosa mi fa incazzare. Che non importa se in mezzo a 200 persone c’è chi ti considera solo a periodi alternati, a comodo o a scazzo e basta, per fortuna nella vita si alternano da sole le persone: è una cernita naturale. Che stare una giornata fra rider e le loro famiglie è sempre piacevole. Che una giornata così lascia sempre qualcosa di buono dentro oltre alla voglia di tornare negli stessi posti, nello stesso bosco, con le stesse o diverse persone, magari  con un tempo diverso.

con una scopa così come fai a non ribaltarti?

con una scopa così come fai a non ribaltarti?

Non posso che complimentarmi con gli “Amicidellabici”, non so ancora come chiamarli, alcuni conosciuti per l’occasione, altri già amici, per come si sono adoperati per far riuscire questo secondo raduno… al cinghiale.

Grazie della bella giornata in sella ragazzi. Grazie ai rider di Piombino, tanti davvero, bravi ragazzi è così che si fa!!!

Grazie a tutti quelli che non ho ricordato ma che c’erano!!!!!

Tafferuglio


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pedalando verso il mare

per la serie dei tafferacconti: un pezzo sulla Siena-Follonica dell’anno scorso che merita essere riletto

Siena-Follonica 2013 – pedalando verso il mare

diario di viaggio – 25 maggio 2013

Suona la sveglia alle 5:00, metto la divisa MTB dell’Unione Ciclistica, lo zaino a spalla è pronto e quello del cambio pure. Le biciclette sono già in auto da ieri sera. Faccio la mia solita colazione arricchita di quando devo pedalare tanto. Il tempo non è dei migliori e non lo sarà per tutto il giorno. Si sveglia anche Marta, deve andare a Pisa a dare l’esame di spagnolo.
Non sono preoccupata di lasciarle, verranno i miei più tardi a casa, ed anche se non lo fanno mai, so che posso contare sull’organizzazione ed il senso di responsabilità delle bimbe nel far tutto loro soprattutto con Celeste che senza me potrebbe ribaltare tre piani di casa.

Celeste, pronta a far disastri appena esco

Celeste, pronta a far disastri appena esco

Preferisco far dormire i miei genitori a casa mia stasera e non spostare il mio sistema familiare per semplicità domestica.

Esco di casa alle 5:30 vado a prendere Maurizio Papi in piazza Verdi. È puntuale. Ci dirigiamo verso casa di Walter Bellucci, il terzo compagno di viaggio. Le brenne a Follonica non aspettano. Arriviamo a Follonica esattamente nei venti minuti che avevo diagnosticato. Ci sono altri rider nel piazzale delle cannelline dietro alla Stazione. Pronti anche il furgone per i nostri bagagli ed il camion dove stanno caricando alcune delle 58 biciclette dei partecipanti.

06:15 - il carico

06:15 – il carico

I rider appena arrivati stanno scaricando le bici dalle auto. Altri arrivano direttamente in bici. Carichiamo al volo le nostre amate biciclette ed ognuno di noi consegna un telo per coprirle e riparale dai colpi. C’è chi le ha rivestite di imbottiture nastrate a dovere. Una bici vale più del pane quotidiano… e qui si vede quanto.
Sono tutti quanti puntuali e pochi mancano all’appello. Sono quasi le sette ci dirigiamo a piedi nel sottopassaggio della stazione ferroviaria.
Siamo una folata. Un arcobaleno terreno in transito che scaturisce attenzione ai pendolari e ai viaggiatori del giorno. Emanuele ed io andiamo ad obliterare i biglietti cumulativi e lo fotografo per ricordo. Ci siamo, ha inizio il nostro viaggio: un’avventura.

Saliamo in treno in più vagoni: siamo tanti. Ne conosco tanti. Dai volti rivisti alle pedalate, agli amici fuori porta con cui pedalo ogni volta che posso ed è un vero piacere rincontrare. Ci accorgiamo che fra una risata ed una battuta siamo già vicino Siena ma quel che mostrano i finestroni del treno non ci piace.
Piove ed il cielo grigio compatto sembra basso ed opprimente.
Sono serena e preparata al peggio, il sole è solo un miraggio. Arrivati a Siena alcuni vanno al bar, altri come me a caccia dei bagni che per trovarli ci voleva il navigatore satellitare. Io approfitto e mi preparo subito per la guerra col tempo. Tiro fuori dallo zaino la mantellina da pioggia e mi bardo fin dove posso. Fa freddo, un freddo indescrivibile per esser maggio.
Usciamo di stazione e a piedi andiamo al piazzale dove ci aspettano camion e furgone. Le nostre biciclette sono già state scaricate e appoggiate tutte con cura. Cerco la mia bambina ad alta voce e la trovo subito dietro l’angolo. È sana e salva.
Bando alle ciance, tutti in sella veloci.

976109_4901366213738_489476127_o 980888_4901392654399_424297763_oIvano Santini ci da le dritte di comportamento sia per pedalare in centro storico che durante tutto il percorso. Ivano fa da guida e Marcello, Emanuele e Stefano Bonucci sono le scope in fondo al gruppo. Eccoci pronti con le prolunghe sotto i piedi che muovono le ruote che amiamo di più. La massa di ciclisti si dirige ordinata verso piazza Del Palio per la foto di partenza, di rito. Ed inclemente il cielo ci fa veder subito di che pasta è fatto, non si fa in tempo neanche a sistemarsi l’uno accanto all’altro per la foto ufficiale, che inizia a piovere.
Usciamo a piedi dalla piazza, previa multa se si pedala e via scorrazziamo per il centro in un giro che ci riporta alla porta d’ingresso da dove siamo arrivati. Finalmente fuori portata degli automobilisti imbronciati per il fermo obbligato di fronte allo sciame colorato. Fra chi bolle di già come una pentola a pressione per quello che il cielo promette e chi ride e scazza indifferente e strappa risate a tutti raggiungiamo i sentieri sterrati che ci porteranno a Brenna, prima destinazione e sosta pranzo.

Piove fitto e non ha voglia di smettere. Chi si sconforta e chi pedala in silenzio… e tutto scorre è ancora presto per lamentarsi troppo. Io al solito pedalo incuriosita e assorbo tutto, dalla singola pedalata di chi ho davanti o a fianco al panorama che mi sta girando intorno. Colli verdi, cipressi e case rosse. Luoghi che contraddistinguono il senese, a me molto familiare.
Arrivati nel verde intenso il freddo bagnato che ci si infila addosso si fa sentire. I guanti la dicono lunga sul come sarà se pioverà per ore. Nel gruppo c’è Beatrice, moglie di Claudio, uno stradista che non conosco, ma le voci girano alla svelta: è uno tosto! Ha un fisico che parla da solo,  su strada deve esser un mostro. Io non li conosco. È la prima volta che li incontro. Bea è socievole ed ha un sorriso semplice e sereno. Gentile e delicata come il suo corpo. Ha uno stelo fine come quello di una rosa. Rimane in fondo da subito ma io ancora non ci faccio caso. Anche perché con i primi tratti asfaltati pedalo ad un ritmo familiare dove né salite né discese fanno male.

L’acqua ed il freddo fanno da padrone.
C’è chi si veste e chi si spoglia.
Io mi conosco e so già che ho troppi cenci addosso e mi fermo in un momento in cui non sta piovendo, mi levo la mantellina nonostante il freddo che spero passi pedalando, se sudo sotto mi bagno lo stesso. So che ci sono circa trenta km da percorrere, non ho voluto guardare la traccia, non mi interessa, mi scoraggia e sono scaramantica, faccio quello che fanno gli altri ma se non lo so lo faccio meglio qualunque cosa sia. Dopo un po’ di chilometri in alternanza fra spezzoni di bitume e strade bianche diventate grondaie dei prati troppo bagnati, in un lungo tratto, pedalo da sola. Vedo i colori lontani davanti a serpente lungo il percorso ed ho alcuni di dietro con Beatrice alla fine del gruppo.
Osservo la strada, scansando le pozze a zig zag per non inchiappare in una troppo fonda e far capitomboli. La strada bianca bagnata è peggio del sentiero viscido del bosco inondato d’acqua corrente dal cielo e dal fiume vicino. Mentre ci pedali sopra, la polvere fine bagnata entra nelle viscere della bicicletta e senti la catena ed i pignoni cambiare rumore, senti la sofferenza del movimento centrale, ti vedi la bici imbiancare ed impastare nei punti dolenti e soffri come un cane.
Alla fine della strada mi son sentita riavere… ma la bici non faceva per niente un bel rumore. Anche senza cambiare sentivo che la catena si incastrava fra le corone. Meno male i rumori li sento come li sente un cane, e non ho pedalato quando ho sentito la catena bloccata, e sono scesa al volo a risistemarla. Quel che ho visto non mi è piaciuto affatto. Sono risalita e l’unica cosa che mi è venuta in mente da poter fare è stata entrare in tutte le pozze possibili nei tratti asfaltati per levarle di dosso quell’impasto fine banco che la stava martoriando, ed ho pensato che la pioggia in quel caso sarebbe stata una manna per lei che doveva portarmi a casa senza soffrire esattamente come me.

Mi son girata spesso in quel tratto da sola. La lentezza del fine gruppo sul piano mi dava pensiero. Non arrivavano. Erano troppo lenti. Ho cominciato a preoccuparmi in quel momento di Bea. Mi chiedevo come fosse possibile pedalare per 75 km così, se il bello doveva ancora arrivare. Mi ha raggiunto Ema quando ho rallentato, tanto era inutile dar fondo alle gambe se poi c’era da aspettare e due ore erano poche per consumare energie che sarebbero servite tutte fino alla fine.

945251_10200724937679752_358833390_nCapisco a quel punto che Bea è in crisi e mi son rivista al mio primo raduno, quando le scope sconosciute, ora miei cari amici, mi han scortata per tutto il percorso, inesperta e con la bici inadeguata. Esattamente come me Bea che aveva appena iniziato la sua grande avventura. Incoraggiarla e aiutarla era il minimo che viene spontaneo fare ad un rider, che se sa dare ciò che gli altri gli hanno insegnato è un rider eccezionale.
Nonostante i consigli è arrivata esausta dopo 35 km bagnata e fradicia sull’ultima salita prima della sosta pranzo. È scesa di bici e l’ho fatta risalire e pedalare incoraggiandola a farlo piano e a dovere, per non imbacchettarsi le gambe. L’ho vista scoraggiata e mi è dispiaciuto, ma ero molto preoccupata che nel pomeriggio con altri 40km di strada impervia bagnata si sentisse male.

Sono le 13:30, arriviamo a Brenna al ristorante dove i proprietari ci aspettano e ci accolgono con calore. Scendo le scale e li vedo spogliarsi e levarsi di dosso tutto quel che sui termosifoni conquistati si poteva asciugare. Ma non ci sono 52 termosifoni, la legge del più forte vince e rimango bagnata.
Il furgone dell’assistenza era a disposizione ma ho preferito non bagnare quello che mi sarebbe servito il giorno dopo. Mi sono tenuta il sotto bagnato ed ho mangiato la giusta dose di pasta e di dolce che ritenevo a misura del pedalare a venire. A tavola le brenne sono fantastiche, ormai le conosco da un anno e sono mitici davvero nel prendersi in giro fra loro. Ho guardato le facce dei busti spogliati ed ho letto la preoccupazione in tanti volti. Il freddo fuori era troppo davvero per quel che rimaneva da pedalare fino a buio. Nonostante la consapevolezza ed il freddo che patisco anche d’estate all’ombra, mi son tenuta la testa distratta pensando che avevo tutti i mezzi necessari e l’unica speranza era che le forature, che ci obbligavano ai fermi forzati, non fossero tante. Non sono state tante considerando gli oltre 50 elementi, ma abbastanza da toccare con mano la sofferenza umana.
In fila indiana nel bosco che ti bagna anche quando smette di piovere, ad aspettare chi si sta sistemando le ruote e soffre come chi sta fermo e non riesce più a muovere le articolazioni bagnate, i lamenti, il tremore che dopo esserti entrato dentro ti fa saltellare anche lo stomaco. Ho visto gente soffrire come me che avevo i muscoli delle cosce che si muovevano da soli.
Ho visto le gambe viola ed i volti assiderati.
Ho visto gente saltare e far ginnastica, cantare e sdrammatizzare.
Ho visto impazzire le teste di chi pur di non congelare se l’è inventate tutte incitando gli altri a non mollare. Quando dagli alberi ti scroscia l’acqua addosso e, se abbassi la testa per caso, ti entra dal collo gelida e ti scorre lungo quel poco di asciutto che è rimasto, e ti cominci a sentire in difficoltà interiore, e il silenzio comincia a regnare e dare voce al dolore che esce dagli occhi ed è solo condivisione mentale. Ecco, in quei momenti avrei voluto poter fare qualcosa per chi ho visto soffrire più di me che ho molta più carne addosso, e mi sono sentita impotente, e l’unica cosa che ho fatto è stata incitarli a mangiare.

Quando abbiamo ripreso a pedalare e raggiunto gli altri sotto una fantomatica tettoia dove Elduys ha avuto l’idea geniale di farli ballare (da buon maestro di ballo latino-americano qual è), ho capito che non sono stata la sola a pensare agli altri, e l’ho apprezzato tanto questo ragazzo cubano che conosco da anni e che è simpatico fino al midollo. Abbiamo pedalato così fino a buio. Siamo passati dietro Rosia, nei borghi abbandonati o rinomati. Pentolina me la ricordavo, così come ricordavo bene la sterrata che inizia al ponte della Pia. Si prosegue diretti a Torniella. Destinazione Agriturismo Sant’Umberto, un belvedere nascosto nel bosco.

Ho perso il conto dei guadi attraversati e delle pozze che erano guadi pure quelle. Ho fatto mio anche il fango in cui odio pedalare dove la mia bici va dove le pare. Ormai pedalavo fluida qualunque fosse lo stato del fondo, credo di non aver nemmeno fatto il conto dei sassi, che odio in discesa, ho imparato a non guardarli e a superare la fifa. Ero fiera di come stavo in sella. Scesa quasi mai in tutto il giorno. E soprattutto rimontata in sella dopo una caduta dove ho picchiato una botta e sono rintronata tutta. In una salita molto fangosa mi si è piantata la bici ed il pedale, che non si staccava molto bene, è rimasto incollato alla scarpa. Per quanto sapessi che sarei caduta ed avessi messo avanti il braccio destro e la spalla, ho lasciato la coscia su un sasso ed ho un tatoo come bel ricordo di viaggio. Dal dolore non ho respirato per un minuto.
Come al solito, quando casco sto in silenzio per sentirmi dentro cosa ho combinato, e faccio il bilancio. Sono di coccio e dopo due minuti ho capito che nulla era grave, sono risalita in bici e ho ricominciato a pedalare. Mi sono meravigliata di non aver avuto paura e di continuare serena nonostante l’aumentare del dolore.

Siamo arrivati sull’asfalto nei pressi dell’albergo. Il buio della sera con il cielo zuppo d’acqua mi dava idea fosse tardissimo. Non ho orologio in bici ed il computerino con la pioggia è andato a farsi friggere dopo un paio d’ore. Al bivio per l’albergo si ricomincia a salire su una larga sterrata. Si saliva già da tanto sull’asfalto ma stavo benone ed avevo un ritmo tale che le gambe giravano senza dolore e fatica. Mi son goduta il paesaggio ascoltando le lamentele di chi di salire non ne poteva più e sognava solo la doccia bollita, il pasto ed il letto sotto coperta imbottita.
Non capita tutti i giorni di pedalare fra i castagni. Le foglie bagnate e tirate a lucido. Gli odori accentuati dall’umido, il colore della terra in cui nascono, quel marrone chiaro puntinato dalle foglioline gialle o marroni scure invecchiate dell’anno prima. Sembrava che la primavera si fosse mescolata all’autunno saltando l’inverno. Arrivata in cima ho visto i rider lavarsi le bici….io la mia l’ho messa a nanna. Domani è un altro giorno, meglio fare le cose per bene che di corsa, ché poi fai danno.
Ho preso la chiave della mia stanza, l’ultima in cima.
Sono le 19:30 circa, voglio solo far la doccia calda, di fame non ne ho, ed è solo il segno che su di me aveva vinto solo il freddo.

Ho fatto bianco il bagno da quanto sono stata al bollore dell’acqua più amica di quella che ho preso per ore. Lavata e vestita con calma ho goduto della mia stanza deliziosa e romantica ed ho finalmente chiamato le bimbe: avevo il telefono scarico da ore. Sono le 20:00 raggiungo la hall ma non ci sono che pochi rider con me.
Vedo entrare Emanuele in divisa, tirato e stanco, e a seguire Stefano con un altro compagno di viaggio. Il volto di Stefano parlava da solo. Hanno avuto un problema e nessuno se n’è accorto. Erano in fondo al gruppo. Un cambio di traccia non comunicato è costato loro un tratto di percorso impervio al buio con attraversamento di fiume congelato. Sono rimasta senza parole. Dispiaciuta davvero senza saper cosa dire. Li aspetto mentre si vanno a lavare non chiedendomi neanche dove fossero tutti gli altri.

Verso le 20:30 li raggiungiamo. Sono in un altro stabile e quello che vedo quando entro mi lascia di sasso. Delle affollate tavolate di rider coperti fino alle orecchie dai maglioni, dalle felpe che parlavano da sole nascondendo il freddo interiore che la doccia calda non aveva scacciato a modo. Li ho visti rilassati, sorridenti, contenti, affamati, distratti e tutti seduti. Li ho sentiti sbraitare il mio nome, non sapevo dove andare ma in ogni tavolata mi è stato offerto un posto vicino e mi sono sentita imbarazzata del non saper da che parte andare, tutti gentili come sempre da quando li conosco.
Mi son diretta al tavolo degli aperitivi ed ho cominciato anche io a far rifornimento. Queste brenne con le cene ci sanno fare, ci hanno rimpinzato come tacchini da ripieno. Abbiamo riso, scherzato,chiacchierato e fatto amicizia. Ci hanno donato una busta chiusa ad ognuno. Ogni busta nascondeva biglietti omaggio per colazioni o sconti nei negozi di settore delle ruote a noi care. Hanno dato ad ognuno un biglietto della lotteria e premiato i vincenti con cose utili e divertenti. Chi ha retto fino al caffè e chi non ce l’ha fatta ad aspettare nemmeno il dolce per la stanchezza e la voglia di riposare e basta.
Ci salutiamo, e tutti a nanna. Sono circa le 23:00

diario di viaggio – 26 maggio 2013

belvedere da camera mia

belvedere da camera mia

Sono le 3:44. Mi sveglio,il dolore inaspettato alla schiena non mi da tregua, la gamba fa male a strusciarla ed appoggiarla sul materasso, il pensiero di casa e delle mie cucciole senza me ha la meglio. Non dormo fino alle sei. Credo di aver pisolato e basta.
Ore 6:30 è la mia solita ora, mia alzo e mi vesto, prendo la mantellina per la pioggia. Apro le persiane della camera e sento che fa freddo, meglio coprirsi per stare fuori a far manutenzione alla bici.
Ore 7:04 esco di camera, non c’è nessuno nella hall. Lascio la chiave sul bancone ed attrezzata di olio vado da lei che mi aspetta sotto alla tettoia. La porto fuori e raggiungo a piedi il punto dove ho visto la sera prima che i ragazzi sistolavano le bici. L’ho lavata e riportata dove ha fatto la nanna. Ho chiesto al primo cameriere che ho visto un cencio, ed è stato così gentile che mi ha dato un pacco intero chiuso di salviette da bagno, morbide come servivano a me. L’ho asciugata nella calma del mattino mentre ad uno a uno i rider uscivano per andare a fare colazione. Ho asciugato unto e riasciugato la catena e cercato di ripulirla nei punti critici. Roberto ed Emanuele sono arrivati e mi hanno assistito, ma il più era già fatto: la belva pronta e agguerrita per un’altra giornata da urlo.

Mi son levata le scarpe bagnate che di notte non si sono asciugate e le ho lasciate al sole fuori dal locale della colazione. Entrata scalza ho adocchiato un posto libero accanto a Walter e Stefano Ippolito e ho preparato i rifornimenti da viaggio prima di rifornirmi il giusto per me. La partenza è prevista per le 9:00 circa ed ho il tempo di andare in camera e fare con calma. Purtroppo il furgone assistenza muore stecchito e ritardiamo la partenza. Facciamo la foto ufficiale e asciutta sul prato.

Finalmente il furgone parte e partiamo anche noi. Un po’ d’asfalto, un po’ di salita irta che mi è piaciuta. Viaggiamo in direzione Massa Marittima scendendo fino al fiume. Ne attraversiamo più di uno di rio, freddo o caldo che sia. Ho avuto dei problemi da subito a pedalare nel fango, tanto fango e in discesa dove di umido ce n’è tanto anche d’estate per via del fiume.
Ho capito che dovevo far mente locale, la botta ha lasciato il segno interiore, dovevo lavorarci un po’ per ricominciare a star serena e pedalare. Per fortuna la paura dopo un po’ è passata ed è entrata la grinta che mi è innata. C’era chi diceva che il percorso verso Massa era più facile, a mio avviso non lo era, sia perché le salite larghe e lunghe e fangose e bagnate da giorni avevano i solchi degli scrosci d’acqua che creavano delle dune morbide, impossibili da pedalare, che a me ed altri son toccate fare a piedi, sia perché nonostante il passare del tempo i km percorsi erano troppo pochi ed era un dato di fatto.
Poca strada fatta ma tanta salita.
Alcuni problemi di comunicazione fra prime file ed ultime file ci han portato fuori rotta ed il mio gruppo per arrivare al ristoro ha sforato di almeno dieci km in più rispetto agli altri, che abbiamo trovato a tavolino col primo piatto già consumato. Sono rimasta nel gruppo di coda vicino a Beatrice, che è rimontata in sella come noi la mattina. Abbiamo percorso circa 30km insieme e siamo arrivate al ristoro verso le 15:00.

la belva lavata asciugata ed unta è agguerrita

la belva lavata asciugata ed unta è agguerrita

Ore 16:00:  Dopo aver pranzato e riposato sdraiati nei prati alla solina, si riparte. Ivano ed Emanuele optano per un percorso alternativo per gli stanchi. Anche la mattina precedente Ivano propone la stessa cosa per via del tempo e tutti decidiamo per non cambiare il tracciato e resistere fino al pranzo. Non so che fare. Chiedo le tipologie dei percorsi, non sono stanca ma non voglio scender di bici e lo chiarisco subito. In tanti mi invitano a proseguire, qualcuno mi avvisa che c’è subito una brutta salita, brutta per loro ovvio, io se hanno il fondo buono le adoro e salirei per ore.
Decido di tener duro e provare, raccomandandomi che se ci fosse stato del tecnico brutto di esser avvisata prima di sfracellarmi in discesa. Vedo la faccia di Ivano che lo conferma. Altre facce mi dicono: vieni e non mollare, ormai l’hai fatta fin qui che vuoi che sia finire?
Giorgio mi guarda e dice: “dove vai te vengo io”. “Se vuoi provare ci sto io con te fino alla fine, anche con calma, dove non ci riesce si scende”.
Non so quanto sia giovane Giorgio, ma della sua saggezza mi fido subito. Si prepara a passar dall’asfalto, ma io che sono una stradista, e nell’arrivo al ristoro in un tratto di asfalto avevo adocchiato il vento, sapevo che la macchia era meno stancante, anche con più chilometraggio. Lo stupisco e decido per la traccia originale, e lui risoluto risponde ad Emanuele che anche lui la fa con me.
Sono Felice di averla scelta senza paura. La salita per me non è stata dura, solo la pasta nello stomaco pesava perché non c’era spazio per digerirla prima di salirla. Arrivati in cima dopo un  po’ e cominciano i saliscendi, i single e le solite avversità. Ma a forza di pedalare, non solo finalmente appare il sole, ma si scollina e si comincia a vedere il mondo ed il mare. Sono con amici, in quel momento, che mi lasciano godere del paesaggio indicandomi le zone per capire dove sono. Ho pensato: Taffe sei grande, stai bene che potresti pedalar per tante altre ore, è tardissimo, arriveremo a Follonica oltre le 19:00, ma ci arriviamo io e te Methanol e abbiamo fatto tutto da sole.
Non mi aspettavo l’attraversamento del fiume finale, dove Maurizio e Walter mi aspettavano per chiedermi cosa volevo fare. Non mi son posta il problema di bagnarmi le gambe ma il sedere: dovevo guidare e avevo un solo sacco in macchina per salvare il sedile. Li faccio passare dall’acqua tranquilli, tanto sono uomini loro, e anche x strada si possono spogliare. Io alzo al massimo i  pantaloncini, attraverso il fiume, mi fermo in mezzo e tanto che ero già bagnata mi son lavata e levata il fango dalle gambe… ormai era finita.

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il guado (uno dei tanti…)

Di quei momenti dove ho pedalato accanto a Ivano che si è messo in fondo e a Stefano che mi ha corretta nella postura e consigliata sempre, ricordo lo sguardo di Ivano, contento di aver finito, che mi ha guardato e con un cenno del viso mi ha detto “brava”. E ricordo la bella frase di Stefano che mi conosce bene e dopo avermi detto che ormai potevo esser sicura di averla finita tutta se n’è uscito con un: “vai bimba dagli la via e leva le mani dai freni”. Ha cominciato a pedalare veloce come lui, ho capito che mi voleva dire: “sfogati e tirala come piace a te!”
Così è stato. Adrenalinica e felice da quando ero sui colli ed avevo visto il grattacielo, che se non fosse stato per il tratto corto d’asfalto, avrei tirato la methanol fino al collo. Sono così arrivata sparata dove tutti erano fermi, cambiati e avevano indossato la maglia rossa ricordo del viaggio. Volavano applausi, urli e complimenti.

Ho in mente le faccia di Roberto Batistini che mi ha sorriso, le urla di Bea arrivata mezz’ora prima, il cenno di assenso di Claudio Frosali, spesso compagno di viaggio, il pollice alzato di Stefano Ippolito, il sorriso complimentoso dei miei due rider fedeli compagni dell’unione ciclistica Walter e Maurizio, i complimenti di Ema e Marcello. E tutti insieme, una grande macchia rossa sull’asfalto siamo andati in centro, preceduti da Marco Vici in scooter, rientrato prima per la famiglia, che ha un sorriso ed un entusiasmo ironico ed  una simpatia disarmante. Ci fermiamo prima di oltrepassare il cancello ed entrare tutti insieme nella piazza dove le mogli, le madri, i figli, le sorelle, gli amici aspettano ansiosi i loro amati in bici. Un ristoro finale che è salvezza per chi è stanco da morire, ho mangiato felice e guardato ogni dettaglio, ogni bacio e abbraccio distribuito, ho pensato che di fame non ne avevo ed era segno che ci avevo azzeccato alla grande. Li ho salutati tutti e di corsa a riprendermi la macchina e portare i ragazzi a casa.

Ore 20:00 arrivati a Piombino. Lascio Walter in garage e Maurizio in centro che rimonta in sella e va a casa. Orgogliosa di aver pedalato con questi due piombinesi. Mi son divertita a tirare a manetta in Ghirlanda con Mau, avevo bisogno di far battere un po’ il cuore, grazie di aver dato biada alla mia voglia di andar veloce dopo tanta pedalata poco sostenuta.
Sono tornata felice di aver passato due giorni lontana dal mondo. Di aver staccato la spina lasciando le preoccupazioni al cemento.

Mi porto dentro gli odori, le immagini, le parole, la grinta che se c’era prima, ora figuriamoci che diventa, la scuola di mtb che in sedici ore di sella si fa davvero. Porto nel cuore il passaggio a fila indiana nel prato calpestando la menta che ha inebriato il cielo ed i polmoni di ognuno.

Ringraziamenti:
Ringrazio Emanuele e Marcello per avermi lasciato un posto.
Ringrazio la mia forza di carattere, la mia capacità di far vincere sempre le scelte e lasciar perdere i compromessi che nella vita sono spesso solo insulsi e opportunistici.
Ringrazio il ProseccoTeam che ho portato nel cuore.
Ringrazio tutti gli amici di bici che mi hanno insegnato a pedalare.
Ringrazio chi spero che il prossimo anno la faccia con me che mi ha insegnato in pochissimo tempo a stare in sella per tante ore e mi ha accudito via segnale.
Sono sicura di aver fatto tutto a dovere e ti voglio un mondo di bene.
Ringrazio il mio Dio che mi da la voglia di usare la testa ed il cuore.
Ringrazio tutti gli organizzatori, gli assistenti, i ristoratori, gli albergatori, i rider compagni di avventura , si perché questa è stata una prova dura che ci rimarrà dentro per sempre.
Ringrazio chiunque mi abbia fatto compagnia che io conosca o meno: spero di vedervi tutti al nostro raduno di Settembre a Piombino.
Ringrazio i miei genitori che hanno vegliato sulle mie ragazzette per un giorno intero.
Ringrazio chi mi ha cercato, si è preoccupato del non sentirmi e che mi vuole bene.
Ma soprattutto ringrazio la mia bici da corsa che è sempre dentro di me e che mi ha dato la forza le gambe e la testa per correre come una gazzella anche dopo centosessanta chilometri in due giorni in sella di una mtb.

Ore 20:30 at home. Non c’è cosa più bella di quei volti che aspettano a casa e che quando arrivo guardano se… sono tutta intera.

Silvia Mangiameli – Piombino 27 maggio 2013


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#bastamortinstrada Piombino – 9 novembre 2014

10154999_10203029106710348_573343161599345168_nOre 9:00
siamo davanti al Cinema Metropolitan. Non siamo i primi io e Melo Cipede. Sauro è già arrivato. Serve un caffè per carburare. Cominciano ad arrivare puntuali. Io ho già il lenzuolo insanguinato intorno alle spalle. Via via che arrivano lo offro anche ai ciclisti presenti ma sono titubanti, li capisco non è cosa che riescono a fare tutti. Per noi è più semplice: li abbiamo verniciati!

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women at work

Arrivano Piero e Lorella, Ilia e Valeria. Ci aiutano. Valeria se ne mette un po’ sulle braccia, si arma di spilli e comincia a cercare i volontari per portarli nella pedalata. Mitici gli eroici che arrivano, con fierezza e grinta li chiedono e se li mettono sulle spalle. È come tutte le cose che spaventano, nel vederle fare ad altri, diventano contagiose e dilagano. Ne abbiamo distribuiti abbastanza da contraddistinguerci. Sono le nove e trenta. È ora di andare verso Fiorentina. Ci sono altri ciclisti da incontrare. Melo Cipede pianta la bandiera dell’Unione Ciclistica Piombino sulla sua bici. Ci armiamo di fischietti e con le bici a mano attraversiamo ordinati piazza Verdi: c’è il mercato!

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la macchina a chiusura corteo

Si parte a passo lento fischiettando e suonando. Non so in quel momento quanti siamo. Credo una sessantina forse più. Ci sono pure tre fanciulli. Tanti amici di Mauro. Tanti venuti per lui. Pedaliamo tranquilli e in corsia e, superata la curva del Gagno, i miei occhi adocchiano un ciclista in salita spedito in senso opposto. Conosco quella pedalata. Riconosco la divisa. È venuto in avanscoperta dal suo gruppo per venirci incontro.
Il cuore mi fa toc toc dalla felicità è dalla consapevolezza di aver amici lontani di bici che sono fenomenali. È Simone Pesenti dei Free Bikers di Follonica. Mentre pedala con noi mi dice: siamo tanti.
Chiedo quanti. Dice tanti. Quarantanove.
Il mio cuore a sto giro salta. Grandi. Gli chiedo se partiti da casa hanno volato. Lui sorride. Lo presento a Melo Cipede e mentre gli dico che loro vanno forte e lui risponde che in bici si va a venti, Simone risponde: per due! Ridiamo tutti. Scoprendo il piazzale di Fiorentina li vediamo. Sono tanti davvero, e arrivano pure gli altri. Tanti li conosco e altrettanti no. Ma in quel momento capisco che ho contattato le persone giuste. Chi ha capito. Magari pure chi è stato colpito da vicino da incidenti ad amici o parenti o forse persone che non mi avrebbero deluso, che mi conoscono e sanno che per loro farei altrettanto.

10689793_665937973527772_4312639331391844293_nIncontro così l’Unione Ciclistica Venturina, l’Unione ciclistica Riotorto, il velo club di Massa Marittima, il cycling team San Vincenzo, il velo club San Vincenzo, gli esordienti a rappresentare l’U.C. Donoratico ed il mucchio degli amici follonichesi. So che fra loro c’è chi ha una sensibilità enorme e ci ha messo il suo per venire in gruppo. Saluti, ringraziamenti, abbracci e foto e siamo pronti. Si parte tutti uniti verso Piombino, scortati dai vigili urbani a chiudere la fila e salvarci, almeno per un giorno, dagli urli degli automobilisti. Metto i più piccoli davanti con il pensiero che, per le salite di rientro, è meglio andare al loro passo. Agguerriti figli di rider han pedalato con grinta tale, che mi toccava frenarli per non tirare il collo ai più grandi. Riusciamo a rientrare e arrivare in piazza Bovio senza mai dividere il gruppo. Un gruppo enorme di quasi 200 pedalomani di tutte le età, con bici diverse, con menti e modi di pedalare diversi ma con gli stessi piedi per aria per spostarsi in questo mondo di cemento spesso troppo pieno di ferro mobile ed ingombrante, veloce ed arrogante, caotico e sfuggente.

Si perché in auto sfugge tanto. Sfugge il fondo stradale, sfugge la distanza laterale, sfugge il panorama, sfugge la contemplazione, sfugge pure il tempo di pensare e realizzare che oltre la ferraglia ci sono vite umane. Persone in carne ed ossa che di ferro sotto il sedere ed intorno ne hanno così poco ed è così poco sicuro, che lo devono trovar per forza il tempo di guardar per terra, e di ascoltare dietro, e di controllare le folate di vento, oppure un fascio d’erba troppo alto e sporgente o una radice protuberante.

Fischiamo ed arriviamo in piazza. I fotografi sparsi fra le panchine ci regalano scatti mentre altri occhi curiosi si girano e ci si fermano addosso. Al centro della piazza stendiamo i lenzuoli dipinti a mano. Vado con Piero ad aprire il palazzo per le foto dall’alto. Corro giù. Li trovo già tutti pronti per il flash mob. I lenzuoli insanguinati sono andati a ruba tutti e tutti sdraiati, seduti, coperti e soprattutto coinvolti han saputo cosa fare per far arrivare il messaggio:

“A noi fate attenzione! Non investiteci! Non gettateci via la vita! Usate la testa! Usate l’ accortezza necessaria per sorpassarci a distanza tale da lasciarci vivi!!!!!

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flash mob

Questo il messaggio non detto ma mostrato con impatto.
Intorno a noi gli amici, i parenti, il direttivo dell’Unione Piombino, la moglie ed i familiari e amici di Mauro.
Ripensando al momento in cui sdraiata mi sono coperta il viso, ho pensato che se nel passaggio fra la vita terrena e l’aldilà uno sente ancora le voci dei suoi amici, ma non può più dire e non può più fare, deve essere forse l’attimo più difficile da accettare.

Mi sono levata veloce il lenzuolo dagli occhi col cuore in gola ed ho preferito alzarmi e immortalare i ciclisti sparsi per terra fra le lenzuola. Sentivo il peso del dolore di chi ci osservava. Un dolore ancora e forse per sempre troppo fresco ed immutabile da ingoiare. Gli occhi pieni di lacrime di una madre che ha perso suo figlio in bici che ha cercato di non far pesare il suo dolore, e quelli del padre che con la sua bici è venuto con noi a pedalare, la faccia triste di una moglie che la notte dorme sola vuota di sonno e piena di sconforto ed il magone di chi si è sdraiato con omaggio a te amico caro che così sei morto. Il grazie è per tutti. Per aver avuto il coraggio. Io amico per te non ho potuto che metterci l’anima per fare questo.
E se rimango ad occupare il mio tempo libero con la bici, spero e sono sicura che proverò a fare anche qualcos’altro.
Oggi ho imparato che quando l’umiltà detta le regole, ne vien fuori che le cose si fanno e si fanno molto bene.

I love my Bike. Tafferuglio.


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European Mobility Week

A fine agosto, mescolando due o tre post su facebook, è iniziata così: